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RadioChango ha voluto incontrare un grande intellettuale, ricercatore e Docente di Etnomusicologia dell’Università di Cagliari. Questa Scienza e disciplina può offrire a nostri lettori e Changuiti più ampie vedute delle relazioni umane che si instaurano tra gli uomini e le loro espressioni musicali. Ringraziamo vivamente il Professore Ignazio Macchiarella per la sua disponibilità nell’averci prestato attenzione ed essere stato “illuminante” su un campo a noi fino adesso sconosciuto.
Professore “Identità” ed “Etnomusicologia”. Lei è docente alla Facoltà dell’Università di Cagliari di questa scienza, quali le sue esperienze ed incontri umani? Come Palermitano, isolano, quale memoria e patrimonio ci porta dalla sua Sicilia, terra di profonde e grandissime ricchezze culturali, sia come Docente che nel suo vissuto umano?
Ho conosciuto l’etnomusicologia una trentina d’anni fa grazie ad un grande sardo, Pietro Sassu. Casualmente ho assistito ad una sua magnifica lezione all’Università di Palermo in cui parlava del Miserere di Santulussurgiu e dello Stabat Mater di Castelsardo, ragionava di analisi musicologiche, di ricerche sul campo: una folgorazione! Poi, grazie allo stesso Pietro, sono arrivato in Sardegna, e ho cominciato a conoscere dei sardi che cantavano. Ad inizio duemila ho vinto il concorso nazionale per il settore disciplinare L-ART08 bandito dalla facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari. Da lì tutto il resto, inclusa la scelta di prendere casa a Santulussurgiu, grazie ai miei cari amici de Su Cuncordu ‘e su Rosariu, per provare a vivere la realtà di un paese dove si fa tanta musica, dove una parte importante delle relazioni sociali ruota intorno alla pratica del canto a cuncordu.
Come lei sa, le identità sono sempre delle costruzioni culturali, delle selezioni di tratti che andiamo sviluppando entro i nostri contesti della vita sociale. Io sono cresciuto in una situazione ambientale molto difficile, alla periferia est di Palermo, in una zona, come si usa dire, ad alta densità mafiosa. Ogni tanto, leggendo i giornali, mi capita di trovare notizie su miei compagni di infanzia, con cui passavo le giornate in strada a giocare a pallone, che finiscono ammazzati o in galera per reati terribili. Fa sempre uno strano effetto rendersi conto che dallo stesso ambiente dove si è vissuta l’infanzia sono venuti fuori dei mostri colpevoli dei più efferati delitti e compartecipi del sistema mafioso, il cancro oppressivo e prepotente, feroce ed arrogante che rende davvero molto dura anche la vita quotidiana della gente.
La “mia Sicilia”, però, è bella, pulita e luminosa: è quella contadina e onesta della mia famiglia, con un piccolo limoneto e i sacrifici di papà operaio; è quella di tanta gente perbene che vive nel rispetto degli altri; è quella delle tante persone conosciute nel corso delle mie ricerche che attraverso la musica rappresentano valori etici condivisi, ideali di solidarietà e di generosità; è quella che rivendica la propria identità sull’orgoglio di una grande eredità storico-culturale, sottolineando soprattutto i vertici di tolleranza e convivenza “multiculturale” e plurireligiosa emblematizzati, per esempio dalla corte di Federico II; è la Sicilia, disincantata e sarcastica, delle magnifiche pagine di autori come Gesualdo Bufalino.
La Sardegna può offrire all’etnomusicologo sempre nuove possibilità di ricerca?
L'attività di ricerca etnomusicologica non è legata ad un luogo ma ad una metodologia scientifica. Seguendo gli insegnamenti del grande John Blacking la nostra disciplina è un modo per studiare/interpretare tutte le musiche del mondo, la musicalità umana. La mia attività non riguarda solo la Sardegna. Il mio lavoro non è studiare "la musica sarda" (qualunque cosa questa espressione significhi) né tanto meno stabile se esista e cosa sia una “autentica musica sarda tradizionale”(l’autenticità è una costruzione culturale che cambia a secondo di chi la usa e delle epoche) o cose del genere. Diciamo che nel mio piccolo cerco di analizzare certi modi particolari di far musica di oggi (in Sardegna e altrove), di studiare degli specifici scenari esecutivi e di interpretarne i significati culturali condivisi fra i partecipanti, fra chi canta/suona e chi ascolta. Certo: in Sardegna c'è tanta bella musica che appassiona e non finisce mai di rivelare tratti di originalità e vitalità. E soprattutto in tutta l'isola c'è tanta gente che canta, suona, balla e lo fa con competenza e con passione: tutto ciò indubbiamente aiuta molto. Ma anche altrove ci sono situazioni molto stimolanti.
Lei come uomo e come figlio di una “grande cultura isolana siciliana” sente anche di “tradire” la sua madre per altri campi di ricerca territoriali?
Ma no! I casi della vita finiscono per portarci lontano dal posto dove siamo nati: non c’è nulla di male e non c’è tradimento. È certo importante coltivare relazioni affettive con la "terra madre" ma è altrettanto importante conoscere e confrontarsi con altri modi di vivere. La combinazione fra le due prospettive, credo, aiuta a crescere. E poi dipende dalle storie personali: i miei figli, per esempio, nati a Trento dove vivono circa otto mesi all'anno, gli altri quattro li passano a Santulussurgiu, hanno una mamma romana, un padre che gli parla spesso in siciliano - che "terra patria" avranno? Se la sceglieranno loro stessi crescendo, e spero che in questa crescita abbiano modo di confrontarsi ancora con” altri mondi”.
Cosa significa essere etnomusicologo nel mondo contemporaneo?
Tante cose. In generale si associa alla musica l'idea del divertimento spensierato. Ma non è così: la musica, tutta la musica, anche quella cosiddetta leggera, è sempre un qualcosa di complesso. In quanto linguaggio simbolico, la musica è uno dei più potenti marcatori identitari. Scrive Nicholas Cook attraverso la musica le persone pensano se stesse e il mondo, chi sono, chi vorrebbero essere. L'etnomusicologo, dunque, con i suoi strumenti, può contribuire all'interpretazione della complessità del presente, degli scenari di convivenza multi/interculturali: la nostra è una piccola scienza che trae la sua forza e la sua utilità dal fatto di studiare di qualcosa che ha a che fare con le emozioni, con i meccanismi profondi del costituirsi in gruppi degli uomini. Ciò ha anche una grande varietà di applicazioni pratiche e di ambiti di azione, già a partire da iniziative per favorire la reciproca conoscenza fra culture diverse.
Un etnomusicologo, al seguito di un’indagine spaziale nell’universo, quali strumenti base e a quali approcci dovrebbe attenersi nell’incontrare un nuovo mondo?
Guardi, credo che all'etnomusicologo bastino le proprie orecchie, la propria esperienza di ascolto e l'ampio strumentario derivante dalla conoscenza della letteratura specializzata. Usiamo anche la tecnologia e i computer per fissare i suoni ed analizzarli, ma fare etnomusicologia è innanzi tutto una questione di uomini (ovviamente intendendo uomini e donne): di uomini che fanno ricerca e rapporti fra uomini, ossia fra chi fa ricerca e chi pratica una certa espressione musicale. Se incontrasse altre forme di vita nell'universo l'etnomusicologo dovrebbe innanzi tutto capire se queste hanno una qualche forma di musica, ossia una qualche forma di simbolizzazione imperniata sui dei suoni organizzati, e per capire ciò dovrebbe innanzi tutto trovare un modo per comunicare con loro...
Una domanda che pongo sempre ai miei intervistati. Come etnomusicologo e come uomo ha dei sogni attualmente da realizzare?
L'etnomusicologo sogna un maggior spazio per la disciplina nella società in generale e all'interno di una università pubblica messa nella condizioni di svolgere veramente il suo mandato, di fare scienza, di programmare attività di ricerca eccetera - una condizione ben diversa dall'odierno “tirare a campare" con scarse risorse continuamente tagliate. Nello specifico il mio sogno è creare a Cagliari un centro a carattere internazionale di studi etnomusicologici. Le basi ci sono già e sono nel corso sperimentale di etnomusicologia del Conservatorio, avviato qualche anno fa, in collaborazione con la Facoltà di Lettere, da cui sono già usciti alcuni validi giovani studiosi. Pur tra mille difficoltà, siamo già riusciti ad avviare importanti collaborazioni nazionali e internazionali, ad ospitare un simposio specialistico di risonanza mondiale (quello sulla Multipart Music del 2010: vedi www.multipartmusic.org), ad avere fra noi alcuni dei maestri mondiali della disciplina, sia europei che americani, a svolgere varie intense attività di ricerca dentro e fuori la Sardegna (grazie anche a dei finanziamenti europei che siamo riusciti ad ottenere), a realizzare alcuni studi che sono stati ben valutati a livello internazionale (fra l’altro due miei dottorandi di ricerca, Marco Lutzu e Paolo Bravi hanno avuto riconoscimenti dalla comunità scientifica sotto forma di inviti a partecipare a convegni in Italia e all’estero, a inviare saggi per libri e riviste specializzate, anche in inglese; mentre altri studenti più giovani cominciano a proporre lavori interessanti, alcuni dei quali si possono vedere nel sito www.musicaemusiche.org). Insomma il mio sogno o meglio la mia speranza è che sulle basi di quanto fatto finora si possa dar vita a qualcosa di istituzionale, superando l’attuale precarietà, e che Cagliari possa costituire un punto di riferimento importante nella mappa dell’etnomusicologia europea.
Più in generale, come uomo il mio sogno è di riuscire, con la mia attività, a ridare ai sardi quanto ho ricevuto da loro da quando sono arrivato la prima volta nell'isola: ma ciò è un'utopia poiché è davvero tanto ciò che ho ricevuto e continuo a ricevere ...
www.multipartmusic.org
www.musicaemusiche.org
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