Parlaci di questa tua esperienza e concerti nelle carceri della Sardegna.
Per i festeggiamenti dei miei 50 ho fatto due concerti nelle carceri. Uno a San Sebastiano a Sassari e quello di oggi al carcere minorile di Quartucciu. Due realtà diverse, ma molto forti.
Suonare per i carcerati che a livello umano vivono una dimensione di chiusura, ma dove invece la musica è espressione di apertura, cosa leggevi nei loro occhi?
Sono state due esperienze molto emozionanti. C’era molto silenzio. Nel carcere minorile, dove i ragazzi sono pochi, credo che in questo momento siano 15 o 16, erano molto attenti sulle richieste. È stato molto bello dopo, perché finito il concerto hanno organizzato un rinfresco nel piccolo cortile dove stavo con tutti loro a farci le foto insieme, e mi chiedevano se ero stato nelle loro città, se conoscevo quello o questo. C’erano due magrebini di Casablanca ai quali gli ho raccontato che conosco molto bene il Marocco. Sono stati tutti molto cari. A Sassari il rapporto con i detenuti è un poco più difficile perché è un carcere grande con quasi 180 carcerati, e c’erano quasi tutti al concerto, perché c’era la facoltà di decidere se venire o meno al concerto. È stata una bellissima esperienza perché la mitica rotonda di San Sebastiano, dalla quale arrivano tutti i bracci quelli di sopra e di sotto, e vedi tutti quelli che ci sono dietro le sbarre. Concerti nelle carceri ne ho fatti molti, come Bade e Carrus. Vado ogni anno ed ogni volta si è un poco impreparati perché è una realtà umana molto dura e molto formativa e molto bella.
Ti hanno fatto domande particolari?
No domande particolari non ce ne sono. Alcune come, quale squadra tifi, o quanti anni hai e mi davano del lei i ragazzi di oggi. Diciamo che non c’è tempo per approfondire un dialogo complesso, però è emozionante in tutto.
Pensi che la musica e le arti possano aiutare viste le realtà delle carceri italiane o considerata la realtà che il carcere oggi non è così educativo?
Sicuramente la musica fa molto per tutto, perché in questi 50 giorni abbiamo, spesso e volentieri, parlato dei “Radar” o del “Salto di Quirra” e della problematica dei pastori. Abbiamo parlato di solidarietà, di energia. La musica diventa un veicolo abbastanza straordinario considerando che in questi 50 giorni ci hanno visto e sentito oltre 100.000 persone. O forse 110.000, perché nell’orbita di dove eravamo era difficile capire, posto che eravamo in molti luoghi dove non c’erano sedie. Un dato pazzesco! Tutte queste persone che si portano a casa un pensiero, un messaggio. Tutto quello che facciamo con le energie rinnovabili, impatto zero, o con Amnesty International, Gofar. Abbiamo fatto il tour dei Radar, dei “No Radar” senza saperlo. Siamo stati a Carloforte, a Sant’Antioco mentre nell’Argentiera a Santa Teresa e Tresnuraghes. Indossavo la maglietta parlavo dei Radar, insomma sono state tantissime occasioni per utilizzare la musica e denunciare alcuni punti di vista e situazioni.
Questo anno dedichi il tuo festival alla “Terra”. Che futuro vedi visto che sei anche padre e come diceva Franziscu Masala “ci siamo votati al “dio petrolio”, ed oggi sostituito dal “dio Uranio e dal dio Nucleare”, stiamo distruggendo la “Terra”?
Mi sembra che un po’ di cose stiano cambiando in positivo. Certo è che la gente ha preso coscienza del fatto che non si può andare avanti così. Non può essere il nucleare, bisogna trovare alternative. Bisogna essere rispettosi dell’ambiente e consumare di meno. Credo che queste cose stiano prendendo piede un po’ dappertutto. Il problema è che poi c’è un meccanismo più alto che comunque distrugge tutto da quando c’è il “dio moneta”. La gente ha voglia di cambiamenti. Io lo vedo tutte le sere quando parlo sul tema delle energie c’è sempre un grande applauso. Quindi significa che la sensibilità è cambiata rispetto a prima. Però poi concretamente ancora le cose non si fanno. Ci sono degli interessi molto più alti di noi e quindi il cambiamento non sarà così immediato.
Paolo, 50 anni, mezzo secolo “nel cammin della tua vita”, metà bicchiere pieno o metà vuoto? Una sintesi di questo tuo viaggio esistenziale.
Mah sintesi non ne faccio perché ritengo che cinquanta anni non siano momenti per fare bilanci. È semplicemente un momento di transizione, di passaggio. Non è cambiato niente rispetto a prima. Non mi sento né più giovane né più vecchio e dico solo che anche l’esperienza di questi 50 giorni è stata un po’ una follia, una scommessa che è servita per capire ancor di più che i prossimi 50, se ci saranno, bisognerà dedicarli alle cose. Non basta solo suonare la tromba. Quindi utilizzerò lo strumento della musica come sto provando a fare per dare un senso alle cose. Non credo che ci sia un bilancio da fare. C’è solamente una constatazione e un prendere coscienza del fatto che ho avuto la fortuna di fare delle belle esperienze. Ho anche la fortuna di essere un musicista affermato e stimato e questo fa sì che ancor di più abbia la responsabilità anche di portarmi addosso un peso che è quello di usare lo strumento comunicativo che conosco e che raccoglie i consensi di molta gente per dare un senso a ciò. Non basta suonare la tromba c’è qualcosa di più importante, per quanto suonare la tromba sia importante, ma se dietro non c’è un sostenerlo non ha senso. Quindi quello che farò sarà continuare a suonare, a fare altre cose, a produrre cultura e proseguire con il Festival di Berchidda, ho creato una etichetta discografica per i giovani.
Come si chiama questa etichetta discografica?
Si chiama TUK.
E cosa significa?
Togheter Tucconi.
E perché Tucconi come toponimo?
Tucconi è il luogo dove abito a Berchidda e quindi…
Questa etichetta discografica, scusa se ti interrompo,sempre nell’ambito del jazz?
Mah, non mi metto nessun problema per il fatto dei dischi molto “meticciati”, anche il jazz apparentemente c’entra anche poco, quindi…importante è la qualità delle cose. Per cui diciamo sono felice di avere transitato questo anno, attraverso 50 compleanni.
Qualcuno ha proposto di mettere al posto dei “Quattro Mori” l’immagine di Paolo Fresu…
(ridiamo)…
…No guarda sono commosso dalla…no lasciamo i “Quattro Mori” che è meglio… sono però commosso dall’affetto della gente. Il pubblico è stato davvero numerosissimo, ogni giorno di più. Cinquanta giorni in Sardegna e spesso in paesi anche vicini tra di loro…è quasi un miracolo. Io mi aspettavo molto, ma ho ricevuto molto di più di quello che mi aspettavo. …e questo penso che dipenda molto dal fatto che la gente ha voglia di sentire musica, di sentire buona musica e di conoscere attraverso la musica luoghi che non conosceva, perché probabilmente “50 anni” ha avuto successo, al di là che oggi sia l’ultimo giorno di bilancio, al contrario dei miei cinquant’anni, qui si possa fare. Forse è stata la ricetta giusta, nel senso di rimettere insieme la qualità dei luoghi della Sardegna, con la qualità naturalmente della musica, dell’accoglienza… ed anche dare, in un certo modo, uno strumento per conoscerla. Credo quindi che tutte queste cose messe assieme di giorno in giorno ci sia stato un passaparola. Negli ultimi concerti abbiamo avuto mediamente un pubblico di 2000 0 2500 persone. Ci siamo sentiti un poco come una sorta di “caravan serraglio” che continuava a raccogliere genti, cose e luoghi. Perciò, non solo questo è molto bello, ma si possono fare determinate cose. Basta crederci e avere la voglia di farle e poi la gente la si trova. Certo a volte mancano anche i soldi, ma spesso, forse, anche la volontà, come i luoghi storici, di aprire anche una strada nuova. La dimostrazione che quando si ha voglia di fare e che si fa con la volontà alla fine i risultati in qualche modo arrivano. Certo ogni tanto ci si stanca di dovere sempre forzare le situazioni, sarebbe bene che fossero un poco più semplici, però al di là di questo, anche un poco quello che facciamo a Berchidda, poi la gratificazione effettivamente c’è. Questo è importante perché ti permette di proseguire. Chiaro che adesso chiudiamo questo capitolo, ma se ne aprono tanti altri.
Paolo ho scelto per te, chiaramente in italiano per questa intervista, di omaggiarti con queste frasi di Michelangelo Pira “ci sono delle cose che per comprenderle ci vuole tempo ed esperienza e cose che quando uno ha esperienza non le capisce più”, da “Sos Sinnos”…”cose che per fortuna si dimenticano e cose che per fortuna si ricordano, cose ce si credono dimenticate e che invece un giorno all’improvviso ritornano alla memoria…
(Silenzio da parte di Paolo)…
… Sì! Esattamente così! Nel senso che uno col tempo poi vede il mondo con occhi diversi. Però poi uno vede con i suoi occhi, non è che c’è una legge, anzi fortuna che non c’è! Quindi uno va avanti e poi scopre di avere fatto degli errori, scopre di non avere capito…
Gli errori servono…
Gli errori servono ed esattamente l’umanità è così! Poi ognuno l’errore lo commette prima o chi lo fa dopo… scopre l’errore…o ci sono alcuni che non capiranno mai di averli fatti e non vorranno mai ammetterli.
Spostiamo il discorso sulle tue produzioni e sulle tua partecipazione al CD postumo di Giuni Russo, una grande artista siciliana che ha lavorato con la grandissima Maria Antonietta Sisini, artista sarda coautrice nei lavori di Giuni…quali emozioni nel collaborare in questo progetto discografico?
Io mi sento molto onorato di avere partecipato a questo lavoro. Posso dire che Giuni Russo è “un’artista pazzesca”, con una capacità vocale di grande comunicativa, evocativa. Quando Maria Antonietta mi ha contattato per questo progetto e collaborazione non solo mi sono sentito molto onorato, ma l’ho fatto molto volentieri e ti dirò che spesso mi riascolto volentieri il disco perché è bello.
Un’ultima domanda! Se passasse un’astronave e ti invitassero a viaggiare nello spazio in altri mondi senza abbandonare la tua famiglia, insomma un viaggio nello spazio di andata e ritorno, cosa porteresti con te da questo tuo pianeta terra e dalla tua Sardegna?
Mah! Troppa roba secondo me! Se dovessi pensare alla Sardegna come oggetto che sia qualcosa che la identifichi, mi porterei una pecora, ma non perché mi serva una pecora, ma sarebbe l’icona più identificativa della nostra isola come concetto che vedi e dici”sei in Sardegna”, e poi perché “pecora” significa tutto, significa “lotte”, significa “gusto”, significa “latte”, significa “lana”, significa “nuova industria”, significa “tessitura”, significa “tutto”. È l’oggetto sul quale si fonda la cultura della nostra isola, quindi sarebbe questo. Molte cose con il tempo cambiano, mentre invece la pecora è un animale quasi “megalitico” che è lì da sempre, che si evolve, si metabolizza, cambia, ma che comunque resta un’icona che rappresenta bene e completamente la nostra isola.
Per concludere con un sorriso questo incontro con te abbiamo saputo che c’è un gruppo a Cagliari che si chiamano “I Pedditzi Trasporti”, dove un suo componente, Carlo Palmas, si dice in giro sia un “tuo sosia”, e che lui quando appare sul palco, posto che è un gruppo di teatranti musicanti, molti confondono questo tuo sosia con te, anche perché lui ti imita…
Si!! Lo so, lo so me lo hanno riferito e casualmente in un bar dove mi hanno detto:”Vai lì che ci sei tu”! Ed anzi non mi dispiace mi fa simpaticamente piacere.
Chissà un giorno dovresti esibirti con lui per tutti noi! (ridendo)…
… Chissà… (ridendo)… è bello sorridere anche di sé!
Grazie Paolo e tanti auguri da Radio Chango!
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