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FABRIZIO MARCHIONNI, UN COMPOSITORE DEI NOSTRI TEMPI

di Paula Pitzalis il 06.08.2012

 

Radio Chango ha voluto incontrare Fabrizio Marchionni, docente al Conservatorio G.B.Palestrina di Cagliari, Compositore ed Organista tra i più apprezzati nel panorama italiano ed internazionale.

 

Maestro come è nato “Cantadas de Sardigna”? 

Questo lavoro mi era stato richiesto da Franco Madau, il titolare della Edizioni Frorias, e “Cantadas de Sardigna”, il cui titolo è un’idea del mio Maestro di Composizione, Vittorio Montis, che si è sempre occupato e si occupa di musica e canto popolare. Franco Madau mi chiese di realizzare un “Canzoniere” di brani popolari che potessero fruibili anche per le persone in possesso di conosceneze della scrittura musicale. Pensai così di andare ben oltre questa richiesta, ponendo due notazioni. La prima riportava gli accordi originali del canto, e al di sotto, quella scritta per esteso, quella riguardante le mie elaborazioni pianistiche nei canti. Un canzoniere popolare che contiene con rielaborazioni della tradizione.

Possiamo affermare anche una visione contemporanea del canto sardo?

Si ma anche di ricerca etimologica che si riflette in un “presente creativo” perchè vivo la musica creativamente, nel senso che la parte compositiva non manca mai neanche nell’interpretazione di musiche di altri autori. Il libro “Cantadas de Sardigna” contiene 25 canti e gli ultimi 12 sono stati riportati in un CD col medesimo nome, con lo stile della gara a chitarra logudorese con diverse elaborazioni. È strutturato in un crescendo delle difficoltà, tanto che definirei gli ultimi brani vere e proprie composizioni.

Esiste un confine tra la musica popolare e classica? O come un compositore definirebbe questo margine?

Un compositore direbbe di no, non so un etnomusicologo o un musicologo. Io guardo sempre la musica popolare con lo sguardo del compositore, anche perchè provengo da una formazione di organista nella cui letteratura ci sono esempi illuminanti di brani preesistenti di materiali popolari rielaborati in maniera colta.Un esempio è la citazione nel mio libro di Vittorio Montis sulla ripresa dei corali luterani rielaborati in modo colto da J.S.Bach. O come altri compositori del 1800 e 1900, quali Bàrtok, dove l’elemento popolare veniva interpretato in modo da creare una musica istituzionale che fosse non solo espressione del compositore, ma anche di una cultura popolare. Oggi questi compositori sono assolutamente rappresentativi della loro terra d’origine. Non solo J.S. Bach ma ancor più antecedentemente, le prime elaborazioni di canti popolari le incontriamo anche con i grandi compositori clavicembalisti ed organisti italiani del primo periodo barocco, come Frescobaldi, Pasquini tanto che questo modo del rivolgersi al mondo musicale sonoro, non colto, che circonda il compositore, è sempre esistito.

Un tempo nel mondo musicale europeo si parlava e si scriveva in italiano. Oggi stiamo perdendo anche la tutela delle lingue e culture minoritarie. Con il recupero dei canti e musiche popolari potremmo arrestare questo fenomno e sviluppare anche le arti compositive? Cosa sta accadendo?

La situazione è molto complessa. È difficile fare un’analisi attuale, ma posso affermare che tra i giovani compositori vi è una certa volontà a semplificare il linguaggio in modo  da renderlo più fruibile al pubblico. Come allievo di due capiscuola della composizione musicale in Sardegna, Vittorio Montis e Franco Oppo, ho appreso che l’aspetto comunicativo artistico non deve essere solo strettamente legato alla fruizione del pubblico, ma accessibile anche a chi non possiede tutte le chiavi di lettura dei linguaggi musicali, senza forzate indagini di ricerca spinte alle estreme conseguenze. Concordo perciò con il mio maestro Vittorio Montis sull’importanza dell’aspetto comunicativo. Creare una demarcazione tra cultura e comunicazione è difficile ma si può fare, ma è anche vero che non può esistere l’una distinta dall’altra. Oggi, invece, la difficoltà maggiore per i giovani compositori è più quella di trovare spazi e il repertorio musicale che viene eseguito è quello del passato. Insomma, oggi, l’attuale è il passato, con scarsa attenzione alle nuove composizioni. Spesso si vive la musica con atteggiamenti iperspecialistici da parte dei festivals creando così fratture di incomunicabilità dei linguaggi musicali, mentre ho sempre pensato che la musica fosse un’arte unica, come una grande stanza e tanti casseti da aprire e scoprire ciò che racchiude. Infatti ciò che scrivo è frutto di questa mia idea, sia per l’attenzione nei riguardi della musica popolare, del jazz o di quella organistica e clavicembalistica. Tutti questi mondi musicali nel mio atto creativo si incontrano e dialogano tra loro.

Cè un futuro per i giovani compositori sardi?

Spero di sì e con maggiore sostegno da parte delle istituzioni si potrebbe dare voce a tanti giovani sardi compositori che hanno tante idee e lavori nel cassetto.

Un sogno e prossimo progetto futuro?

Suonare i grandi organi delle capitali europee e completare con un’altra pubblicazione delle Cantadas un altro lavoro dedicato ai grandi poeti del 1900, dove ho già terminato di comporre una serie di dodici brani per voce e pianoforte, sulle poesie di Montale, Sandro Penna, Ungaretti e altri, per proseguire questo cammino sia del bilinguismo sardo e lingua italiana.


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