C’era una volta un buffone di corte. Non era bello, alto, magro e biondo. Anzi era piccoletto di statura, tozzo e goffo, ma aveva il dono del sapere raccontare frottole, bugie e barzellette che solo un buon imbonitore ed illusionista sa fare. Il suo popolo lo amava perché ben sapeva vendere le sue favole. E specialmente le dame di corte lo adoravano perché le faceva creder di essere belle, capaci intelligenti e sempre giovani. Il buffone di corte le giostrava e “faceva giostrare” in balli e feste dionisiache, con abiti di preziose stoffe, profumi ed essenze orientali tra le più pregiate nel mondo. Egli era memore che le sue cortigiane vivevano di illusioni, perché l’illusione sa creare miti fallaci e nascondere incapacità ed insicurezze. Lui era così bravo nel raccontar barzellette e favole che non solo la corte lo osannava, ma anche il popolino stesso ne cominciò a osannarne le lodi per fama e dicerie. Si sa che a ripetere e reiterare le bugie la gente crede che esse siano realtà e verità rivelate. Ed ancor si sa che nei miti gli eroi muoiono soli ed i buffoni a volte meriterebbero la sorte che gli è riservata dalle favole. Ma le favole sono racconti etici educativi o sostrati di riti antichi pervenuti in conoscenze tramandate dai tempi dei tempi nelle culture e leggende popolari. Questo buffone sapeva ben adulare padroni e servi che finì lui stesso per credere alle menzogne che sapeva raccontare. Era così loquace e sorridente che il medesimo sorriso lo accompagnava giorno e notte per non deturpare le crepe rugose del suo viso. Era riuscito a far mettere al bando, nel tessere le sue trame, i menestrelli popolari, a far dimenticare in tutto il reame le reali verità e quotidianità umane, tanto da convertire l’ordine sociale e cortigiano in ruoli differenti. I ladri li faceva apparire cavalieri, i dittatori benefattori, le cortigiane bellissime e nobili dame alle quali riusciva a riservare l’aprir le danze imperiali, come al ballo delle debuttanti delle giovinette che si inebriano di luccichii di “pallettes”e gioielli con gemme preziose colorate. Era riuscito a raccontar bugie e barzellette sorridendo a tutti, che alla fine ci credeva lui stesso di avere capovolto le verità sociali. Era come il carnevale, i buffoni diventano Re ed Imperatori, i dittatori capi amati e savi governatori, tanto che quando giunse a corte un vero dittatore si confuse e gli riservò pure un baciamano. Ma in tutto questo raccontar fandonie e barzellette il nostro personaggio semiserio iniziò a vedere nemici in ogni luogo perché per lui la realtà si confondeva con la menzogna. I giudici erano ladri e lestofanti. I lavoratori disoccupati benestanti. Le meretrici principesse e regine. I buffoni capi di stato ed eminenti magistrati. Il regno cadde in una totale confusione che rischiava il crollo e la distruzione del suo esistere. Un giorno, nel regno del delirio, un bambino, giocando nella cantina del nonno, trovò una chitarra ed alcuni spartiti ed iniziò a cantare quei versi antichi, versi stampati sugli scritti ingialliti dal tempo. Quei versi risvegliarono le coscienze del popolo dormiente che, ancora intorpidito dalle barzellette, decise di porre fine a questa triste sorte. Il bambino intanto proseguiva a cantare quelle strofe che riportarono alla luce le memorie arcane. Cantava così il fanciullo: “ Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente, o la curiosità di una ragazza irriverente, che si avvicina solo per un suo dubbio impertinente. Vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani, che siano i più forniti delle virtù meno apparenti, tra tutte le virtù la più indecente. Passano gli anni e i mesi e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti, la maldicenza insiste batte la lingua sul tamburo fino a dire che un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo”. (Fabrizio De Andrè)
Ed ancora:
“Ho visto gente della mia età andare via, lungo le strade che non portano mai a niente, cercare il sogno che conduce alla follia,nella ricerca di un qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già. Lungo le strade che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, dentro alle nuvole di fumo del mondo fatto d città, essere contro ed ingoiare la nostra stanca civiltà; E un dio che è morto, ai bordi delle strade dio è morto. Nelle auto prese a rate dio è morto, nei miti dell’estate dio è morto. Mi ha detto che questa mia generazione più non crede in ciò che spesso è mascherato con la fede, nei miti eterni della patria e dell’eroe, perché è venuto il momento di negare tutto che è falsità”. E che è di parte e di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. E un dio che è morto, nei campi di sterminio dio è morto, coi miti della razza dio è morto, con gli uomini di partito dio è morto. Ma penso che questa mia generazione è preparata ad un mondo nuovo ed d ad una speranza appena nata, ad un futuro che ha in mano, ad una rivolta senza armi e che noi tutti sappiamo che se dio muore è per tre giorni e poi risorge, in ciò che noi crediamo dio è risorto, nel mondo che noi vogliamo dio è risorto. Nel mondo che faremo dio è risorto.(Francesco Guccini).
Ma era tempo di carnevale e proprio quando il popolo era sul punto della sua coscienza far risvegliare, il buffone cantò con loro e festeggiò la stagione sublimale. Il paese si ritrovò tra botti e carri mascherati, confondendo i re buffoni con i capi degli stati, perché i giochi si erano ancora ribaltati. E giunsero i lunedì grassi, con i martedì, i mercoledì e i giovedì e i venerdì. Ma come ogni favola che si rispetti il re del carnevale è da bruciare al rogo, per la fine della festa per evitare l’epoca funesta e in nuovo raccolto in seguito sperare. Così si concluse l’italico carnevale delle favole antiche dimenticate e non più raccontate, dove l’operosità è dei lavoratori onesti e umili e non perversi. Buon Carnevale a tutti i Changuiti italici!